BIO

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Già consigliere indipendente del Comune di Napoli 1993/1997, opinionista di Repubblica Napoli e Il Roma,
autore del saggio/inchiesta "Bassolino & la Nuova Camorra" (1997, un paio di ristampe), curatore di
mostre antologiche ("Bruce Chatwin: in Patagonia 1999", "Terretremule: vent'anni dal sisma" 2000),
viaggiatore, consulente dei migliori alberghi al mondo, maestro di tango.
Oggi gestisco alcuni locali a Napoli. Domani si vedrà...

domenica 27 gennaio 2013

Eugenio Scalfari , l'MPS, la fine della Politica

Nel suo editoriale della Domenica il Direttore Scalfari, nella parte finale dell'articolo, chiama in Causa l'ex Ministro Tremonti e le scelta all'epoca in cui era Ministro del Tesoro. "Nella legge finanziaria di quell'anno fu stabilito che gli Enti Locali avevano diritto di nominare tutti i dirigenti delle fondazioni. Si tratava di fatto di una pubblicizzazione delle fondazioni e quindi delle banche da esse controllate, del tutto opposto ai criteri di privatizzazione della legge Ciampi".
Ergo, ciò che si scopre oggi è figlio della scelta di Tremonti di preferire il pubblico al privato nel controllo della terza banca d'Italia.
Siamo quindi alla solita diatriba pubblico/Privato, ma come sempre mal posta, tutta tesa a screditare il ruolo dello Stato.
La verità è che di "pubblico" in questa vicenda c'è ben poco, bensì un uso estremamente "privatistico" nel senso peggiore del termine. Operazioni spregiudicate a vantaggio di chi? Tangenti e mazzette elargite a chi? Promozioni e carrierismo. La mano lunga del "PD delle banche": tocca i giudici dare risposte. Ma se gestione e controllo pubblico si dovrebbero tradurre a vantaggio della comunità nazionale, in questa vicenda, caro Direttore, di pubblico non c'è traccia.
Nè di Politica. La politica è finita, ripetono da tempo gli intellettuali che affollano le pagine dei giornali. «Ma non sempre da questa riflessione se ne traggono le giuste conseguenze - afferma Marcello Veneziani - Il rosario dei malesseri della politica è facile da sgranare: la degenerazione dei partiti, l’affarismo, l’inefficienza, la perdita di comunicazione con la gente, la delegittimazione ideale. I mali di cui soffre la politica sono sotto gli occhi di tutti, ma il problema che si tace è un altro: si tratta davvero di mali della politica, intrinseci cioè alla dimensione politica? È la politica una categoria del maligno, una specie di vizio arcaico da cui liberarsi; oppure i mali di cui soffre la politica non sono riconducibili al suo codice genetico ma ad altro? Questo dubbio è aprioristicamente rimosso, mentre si fa strada la convinzione che senza la politica le cose andrebbero meglio. Senza la politica, in concreto, in cosa si converte? In un primato del mercato e delle logiche fondate sul mercato: l’efficienza, il profitto, la legge della domanda e dell’offerta, il prodotto ed il marchio da piazzare. Ora, l’impressione è che queste logiche abbiano già abbondantemente permeato la politica, fino a costituirne l’essenza ed a sostituire ogni altro significato. Allora sorge legittimo il sospetto che il male di cui soffre la politica sia proprio la sua riduzione a pura logica di mercato. La lottizzazione, il clientelismo, la compravendita di voti, la gestione di appalti e commesse rimandano in fondo proprio ad un’idea mercantile della politica. Di qui l’impellente necessità di rigenerarla. Rigenerare una cultura politica, una sensibilità politica, come luoghi di recupero della dimensione pubblica». Recuperare la politica dunque, intesa come l’esercizio del potere in una comunità organizzata avente quale suo fine il bene stesso della comunità. Recuperare la politica, affinché il pubblico torni a primeggiare sul privato, il bene collettivo sull’interesse del singolo, la comunità sull’individuo. Ed invece, con la tecnocratizzazione della classe politica, si sceglie di procedere esattamente nel senso opposto.

giovedì 27 dicembre 2012

De Benoist racconta la vera Europa

Da sempre critico nei confronti dell’Europa delle banche e dei poteri forti e, di conseguenza, fervente sostenitore del primato della politica sull’economia, ha recentemente pubblicato il suo ventisettesimo libro, il cui titolo sintetizza perfettamente la sua linea di pensiero: «Sull’orlo del baratro. Il fallimento annunciato del sistema denaro».
Quali sono, a suo giudizio, le principali cause del fallimento dell'Europa?
La costruzione dell'Europa è stata fatta, fin dall'inizio, senza un minimo di buon senso. Anziché dalla politica e dalla cultura, si è partiti dal commercio e dall'industria. Invece di costruire l'Europa dal basso, vale a dire, partendo dalle regioni e dalle nazioni, applicando il principio di sussidiarietà, hanno preferito un’impostazione verticistica che parte dall'alto, conferendo il potere ad un’autorità tecnocratica, la Commissione europea di Bruxelles, che non ha alcuna legittimità democratica. Successivamente, l'Europa ha pensato bene di ampliare i suoi confini, includendo i paesi liberati dalla tutela sovietica, che erano solo ansiosi di mettersi sotto la protezione degli americani. Infine, la gente non è stata quasi mai coinvolta nelle varie fasi della costruzione europea (le poche volte che il popolo è stato consultato, ha espresso un parere negativo che, ovviamente, non è mai stato tenuto in considerazione). Il risultato è che l'Unione europea oggi è una via di mezzo tra il senso d’impotenza e la paralisi. Ci siamo messi alle spalle un quarto di secolo in cui l'Europa è stata vista come la panacea per risolvere ogni male. Oggi l’Europa stessa è diventato un problema che è andato a sommarsi a tutti gli altri. Le cose si sono aggravate di recente, a causa della crisi finanziaria globale. L'introduzione dell'euro ha favorito, non una convergenza, ma una divergenza tra le diverse economie europee. La crisi del debito privato si è trasformata in crisi del debito pubblico, in seguito alla decisione da parte dei governi occidentali d’indebitarsi pesantemente per salvare le banche. L'Europa si è così trasformata in una nave che ora rischia seriamente il naufragio.
Crede che, allo stato attuale delle cose, il progetto dell'Europa dei popoli sia destinato a rimanere un sogno?
Perchè il sogno dell'Europa dei popoli non svanisse, la gente sarebbe dovuta tornare ad essere protagonista della vita politica. Purtroppo non è mai accaduto. Le persone vivono proiettate nell’orizzonte della fatalità. Percepiscono il continuo declino del loro potere d'acquisto, l’aumento della disoccupazione, le condizioni di vita che si deteriorano ma, nonostante tutto questo,ì hanno perso ogni senso di azione collettiva. Si aspettano giorni migliori, senza rendersi conto che la crisi peggiorerà. Vi è in loro come una perdita di energia, una generale tendenza alla depressione. Hanno interiorizzato l'idea, continuamente ripetuta dai politici e dai media secondo la quale, in ultima analisi, non vi sarebbe alcuna alternativa alla società di oggi. L’evoluzione delle cose sta dimostrando il contrario. Parliamo del principo di Sovranità. Secondo lei, come dovrebbero agire i governi dei singoli stati, per riconquistare quote di Sovranità nazionale? Recuperare la sovranità nazionale, significa in primo luogo riaffermare il primato della politica sull'economia e la finanza. I modi ci sono, come la nazionalizzazione delle banche per la creazione di un protezionismo comunitario efficace, attraverso la modifica dello status di banche centrali. Esse dovrebbero essere in grado di prestare soldi agli Stati, senza interessi o con tassi di interesse molto bassi, come era di prassi prima del 1970. La decisione di vietare alle banche centrali di prestare soldi agli Stati li ha posti in una vera e propria condizione di dipendenza dai mercati finanziari, che quindi possono imporre le loro condizioni. Il problema è che questo richiede una precisa volontà politica, che ora è completamente assente.
In Italia la democrazia è stata sospesa, infatti ci avviamo alle elezioni dopo essere stati governati per oltre una anno da tecnici non eletti dal popolo, guidati da quel Mario Monti che è diretta emanazione dei cosiddetti poteri forti. Qual'è la sua opinione a riguardo?
Uno degli effetti più caratteristici della crisi attuale è l'avvento al potere, non solo in Italia ma anche in Grecia, in Spagna o in Inghilterra, dei rappresentanti delle banche e dei mercati finanziari, vale a dire di coloro che hanno la completa responsabilità del crollo della nostra economia. Affidare la gestione degli affari pubblici ai rappresentanti di Goldman Sachs e Lehman Brothers, è stato come mettere a capo dei pompieri i responsabili dell’incendio doloso! L'unica politica che sono in grado di attuare è quella di far pagare ai ceti medio-bassi il conto della crisi. Le politiche di austerità che hanno messo in atto, altro non sono che un modo per annullare le conquiste sociali che erano state raggiunte attraverso più di un secolo di lotte sociali. Queste politiche sono destinate a fallire: la riduzione del potere d'acquisto pesa sulla richiesta, rallenta l'attività economica, genera un aumento della disoccupazione e la riduzione delle entrate fiscali. I deficit non stanno diminuendo. Per ripianarli, bisognerà continuare a pagare gli interessi sul debito per ancora molto tempo. Gli Stati sono strangolati da un sistema di usura.
Un'ultima domanda : come giudica l'attuale situazione della destra italiana e crede che sia nel novero delle cose possibili un parallelo, in termini di consensi, con il Front National di Marine Le Pen?
Non mi sento in grado di dare consigli politici agli Italiani. Inoltre, non mi aspetto grandi cose dai partiti. In Francia, il Fronte Nazionale ha avuto il merito, per qualche tempo, di criticare con forza la logica del capitalismo neoliberista, ma è anche un partito giacobino molto ostile verso l'Europa in tutte le sue forme, il cui unico vero cavallo di battaglia è la lotta all’immigrazione. Non sono sicuro che sia un esempio da seguire.
Intervista a cura di Alessandro Nardone pubblicata sulle pagine de Il Giornale d'Italia il 27/12/12

mercoledì 26 dicembre 2012

Bassolino e la Nuova Camorra: le considerazioni finali 3/3

Mercoledì, 26 marzo 1997. Roberto Barbieri (assessore alle finanze del Comune di Napoli) rilascia un’intervista nella quale afferma, convinto, che gli investimenti stranieri non rischiano in alcun modo di compromettere l’identità culturale di un Paese. Ora, pur non volendo apparire provinciali, desideriamo ricordare all’assessore la differenza che corre tra un investimento, fatto da un tale imprenditore in un determinato settore, e la globalizzazione economica, così come egli stesso la teorizza. Differenza certamente non da poco. La cupola finanziaria internazionale, come abbiamo più volte potuto verificare in precedenza, per attuare il suo piano di governo del mondo usa operare a due diversi livelli. Da una parte, procurando una serie di shocks monetari, mette in crisi l’economia di un dato paese e lo costringe all’indebitamento estero. Per ottenere nuovi prestiti, che consentano di pagare gli interessi sul debito precedente, i Paesi indebitati accettano di cedere il controllo delle attività produttive e quello delle materie prime, piegandosi a programmi di aggiustamento strutturale la cui messa in opera sfocia in disastri sociali. Frattanto, il debito mondiale continua ad aumentare globalmente: 550 miliardi di dollari nel 1892 - 2.000 miliardi nel ’95: questo è il principio dell’usura. Dall’altra, svolgendo un’azione, diciamo così, culturale, convince i cittadini di quel Paese ad accettare di buon grado la cura che i governanti proporranno loro per uscire dalla crisi: le privatizzazioni e l’interdipendenza globale. È in questa fase, ovviamente, che il ruolo dei media diviene essenziale. Accade così che i governi locali cedono per sempre la sovranità delle loro Nazioni all’oligarchia finanziaria. Sovranità economica, certo, ma non solo quella. Sovranità di proporre idee, stili e orientamenti. Perché, per rendere universale un unico modello di organizzazione economica, politica e sociale, occorre un mondo nutrito da un’unica cultura e popolato di un unico tipo umano, che pensa nello stesso modo ed assume i medesimi comportamenti. Come sarebbe altrimenti possibile vendere jeans agli Arabi o costruire grattacieli in luogo di pagode nell’Estremo Oriente, se non attraverso l’annientamento del carattere e dell’essenza dei diversi Popoli?
Ecco dimostrato come la globalizzazione economica non può che passare attraverso la frantumazione delle identità culturali, un tempo sinonimo di ricchezza della specie umana. E siccome le identità culturali sono identità collettive, occorre prima di tutto mortificare ogni sentimento di appartenenza. È un meccanismo lento e costante, eppure inesorabile, quello che conduce all’omologazione planetaria. Attento a non procurare traumi evidenti, procede demolendo tutti gli assunti che hanno sino ad oggi regolato l’attività dell’uomo, in quanto individuo e parte di altro. «Ci troviamo nella situazione dei viaggiatori che hanno a lungo camminato su un lago gelato, la cui superficie comincia ad incrinarsi in larghe placche a seguito di un cambiamento di temperatura», scrive Ernst Jünger nel suo saggio Sul Dolore.
Il dualismo pubblico - privato è stato il motivo ricorrente di questi ultimi anni. Esso nasce da una non casuale demolizione del pubblico che si è estesa ad ogni aspetto dell’esistenza. In quello religioso, con la crisi della Chiesa tradizionale - intesa come casa comune - e l’affermarsi di fenomeni sconcertanti e disgreganti come la New Age (una sorta di secolarizzazione della sfera religiosa); nell’istruzione, con la parificazione tra la scuola pubblica e quella privata; nella mobilità, dove si continua a favorire l’uso dell’auto in città sempre più caotiche ed inquinate; nello spettacolo, quando il proliferare di canali televisivi a pagamento sottrae vitali energie economiche a cinema e teatro, ecc. Insomma, degrada ogni forma di socialità ed il privato si avvantaggia in ogni settore. Naturalmente, anche e soprattutto in quello politico.
La politica è finita, ripetono da tempo gli intellettuali che affollano le pagine dei giornali. «Ma non sempre da questa riflessione se ne traggono le giuste conseguenze - afferma Marcello Veneziani - Il rosario dei malesseri della politica è facile da sgranare: la degenerazione dei partiti, l’affarismo, l’inefficienza, la perdita di comunicazione con la gente, la delegittimazione ideale. I mali di cui soffre la politica sono sotto gli occhi di tutti, ma il problema che si tace è un altro: si tratta davvero di mali della politica, intrinseci cioè alla dimensione politica? È la politica una categoria del maligno, una specie di vizio arcaico da cui liberarsi; oppure i mali di cui soffre la politica non sono riconducibili al suo codice genetico ma ad altro? Questo dubbio è aprioristicamente rimosso, mentre si fa strada la convinzione che senza la politica le cose andrebbero meglio. Senza la politica, in concreto, in cosa si converte? In un primato del mercato e delle logiche fondate sul mercato: l’efficienza, il profitto, la legge della domanda e dell’offerta, il prodotto ed il marchio da piazzare. Ora, l’impressione è che queste logiche abbiano già abbondantemente permeato la politica, fino a costituirne l’essenza ed a sostituire ogni altro significato. Allora sorge legittimo il sospetto che il male di cui soffre la politica sia proprio la sua riduzione a pura logica di mercato. La lottizzazione, il clientelismo, la compravendita di voti, la gestione di appalti e commesse rimandano in fondo proprio ad un’idea mercantile della politica. Di qui l’impellente necessità di rigenerarla. Rigenerare una cultura politica, una sensibilità politica, come luoghi di recupero della dimensione pubblica». Recuperare la politica dunque, intesa come l’esercizio del potere in una comunità organizzata avente quale suo fine il bene stesso della comunità. Recuperare la politica, affinché il pubblico torni a primeggiare sul privato, il bene collettivo sull’interesse del singolo, la comunità sull’individuo. Ed invece, con la tecnocratizzazione della classe politica, si sceglie di procedere esattamente nel senso opposto.
Perché accade questo? Perché, arrivato al giro di boa dei duemila anni, si mette in discussione la stessa naturale attitudine dell’uomo ad essere parte di qualcosa: di un gruppo, di una comunità, di una nazione. L’appartenenza. Per diventare poi cosa: parte di niente? Ma quando l’uomo diviene parte di nulla, è egli stesso il nulla. Quando non saprà più essere portatore di valori condivisi da altri uomini, quando non sentirà più il cordone ombelicale che lega la memoria dei suoi padri al destino dei suoi figli, quando procederà da solo lungo il cammino della storia, non vi sarà più storia. Ma solo quel magnifico villaggio globale, al quale i teorici del mondialismo ci stanno conducendo per mano. Un villaggio senza forme distinte, un villaggio senza memorie, un villaggio senza culture, senza religioni, senza etnie: un villaggio globale e sempre uguale. Un supermercato aperto 24 ore su 24, pronto a soddisfare ogni sfizio dell’individuo-cliente universale. Questo appiattimento tende ad omologare desideri, aspettative ed aspirazioni di ogni suo singolo abitante, annullando di fatto ogni diversità tanto nella specie umana quanto nello scenario ambientale. Da New York City a Bangkok, da Tokyo ad Atene, da Roma ad Abu Dabi, già oggi le giovani generazioni vestono gli stessi jeans, ascoltano la stessa musica e si adoperano in egual misura per raggiungere il succe ˜sso, che viene identificato nello status economico. Nell’urbanistica e nell’architettura tutto viene pensato e costruito all’insegna dell’efficientismo e dell’utilitarismo. Singapore ed Hong Kong somigliano sempre più a Houston, perché costruire grattacieli significa occupare meno superficie. E, quindi, contenimento dei i costi ed incremento dei ricavi. Tanto vale anche per il cibo. Il cuscus oggi lo si può mangiare a Los Angeles o nella sempre più cosmopolita Milano, ma ben di rado nei ristoranti di Agadir o Marrakech. Per non parlare di McDonald, la cui filosofia è: ovunque nel mondo, lo stesso hamburger buono come a casa vostra. A soli 99 cents. L’artigianato, forma d’arte per eccellenza, si confonde sempre più con la sua accezione più comm jerciale: il souvenir. Dal lavoro del singolo, che plasma la materia infondendole un’anima, si è infatti passati alla produzione in scala, che fa vendere nel cuore dell'Amazzonia oggetti prodotti in Indonesia. Per non parlare dell’industria dell’abbigliamento, dove la capacità sartoriale è diventata solo la vetrina delle grandi fabbriche tessili che, dietro il paravento di un nome, lo stilista, spesso nascondono il lavoro sottopagato di bambine colombiane o thailandesi. Così anche nell’arte, nell’arredamento, ecc. nulla più risponde ai richiami della tradizione ed al patrimonio culturale dei diversi popoli, ma tutto è vittima del principio assoluto dell’epoca moderna: l’omologazione. E che dire del preminente interesse dell’uomo: scoprire il nuovo, il diverso. Fu questa la molla che spinse i grandi viaggiatori e gli esploratori del passato. Ed è ancora questa ëvoglia di conoscere che spinge buona parte dei viaggiatori, quei pochi che ancora oggi sanno cercare. Proprio così, perché chi parte va in cerca di qualcosa, qualcosa che non conosce e che proprio per questo lo attira. Quando il mondo sarà tutto uguale, quando il meticciato di popoli e culture non consentirà più il confronto tra diversi, anche viaggiare diventerà inutile. Eppure neanche le multinazionali che operano nel settore turistico sembrano accorgersi che la crociata per l’annientamento di usi e costumi è un vero e proprio suicidio. Lo slogan della Hilton recita: ovunque nel mondo come a casa vostra. Cioè, ovunque vi rechiate, a Belgrado come a Katmandu, siate pur tranquilli che vi sapremo offrire una camera delle medesime dimensioni, arredata nell’identico stile ed un servizio sempre all’altezza dello standard della compagnia.
Orowitz, apprezzato consulente di numerose multinazionali che operano nel settore, afferma che “se l’offerta viene calibrata in questo modo, è perché evidentemente a monte c’è una domanda che lo chiede”. Torniamo così al punto di partenza, che è l’omologazione dei gusti e delle aspettative dell’uomo-cliente, in questo caso il viaggiatore, il quale si è lasciato convincere che quando si viaggia è bello sentirsi a casa propria. Perché partire allora. Meglio restare seduti in poltrona a godersi il mondo dalla TV, o tutt’al più navigare in Internet. Nel tempo antico la geografia turistica viveva nel limbo della fantasia, nei racconti di Salgari, di Marco Polo e di altri mitici viaggiatori. Venne poi l’epopea della strada ferrata e poi ancora dei piroscafi, e le etichette di gloriosi alberghi finivano per essere ambasciatori di mondi sconosciuti ai più. Oggi, i turisti che scegliessero di partire per il Messico, magari attratti dalla patinate pagine di un dépliant di Cancun o Acapulco, vivrebbero la certezza di non essersi mai mossi di casa. Palazzacci e boutique alla moda in luogo di piramidi e villaggi di pescatori. Questo sta diventando il Messico da quando ha accettato i miliardi di dollari di investimenti stranieri. Ed allora preferiscono recarsi ad Orlando, nel parco divertimenti di Epcot dove, tra tecnologia e fantasy da provetta, molti Paesi lontani vengono riprodotti in miniatura. Tutto il mondo diventa una finzione, clonatura di un originale che non esiste più. Si vive così di ricordi, di memorie tramandate. E per crederci, tutti fanno uno sforzo immane.
Tutto questo si chiama etnocidio, come ci spiega l’antropologo P. Clasters: “se il termine genocidio rinvia all’idea di sterminio di una minoranza etnica, quello di etnocidio non indica la distruzione fisica degli uomini, ma la distruzione della loro cultura. In breve, il genoci ‘dio assassina fisicamente i popoli, mentre l’etnocidio ne assassina lo spirito”.
Questo dunque il vero volto del mondialismo, fenomeno economico, finanziario, politico e culturale dagli effetti devastanti. Il modo migliore per far fronte alla mondializzazione sarebbe ovviamente rafforzare la preferenza comunitaria, posizione che è stata per lungo tempo al centro del progetto di unificazione europea prima di essere abbandonata. A questo punto, però, il vero problema non è solo sapere come impedire l’avvento di un nuovo ordine mondiale, ma anche e soprattutto comprendere su quali basi tale ordine si andrà a costituire. «Si tratta di capire se si potranno riorganizzare ed armonizzare le comunità viventi o se il rullo compressore dell’omogeneità si estenderà all’infinito sulla diversità delle culture e dei popoli. Da un lato saranno l’economia, la finanza e la tecnologia. Dall’altro le forze di resistenza, politiche e religiose, culturali e sociali. Quattro saranno, nell’immediato, le domande cruciali. Come ristabilire il legame sociale, sapendo che, se l’economia lo distrugge, la politica non è mai sufficiente a crearlo? Come uscire dalla civiltà del lavoro sfruttando le prospettive che si apriranno dopo la fine del sistema salariale? Come mettere in piedi una comunità di emozioni e di valori fondata sulla partecipazione di tutti alla vita pubblica? Ed infine: verso che tipo di mondo ci trascinano le immagini sintetiche e le realtà virtuali che costituiranno la trama quotidiana della nostra vita di domani?
La società si va disfacendo. Non riuscendo a rigenerarsi, consuma in blocco la propria storia. Si scontra con i suoi limiti. Si è soliti definire tutto ciò decadenza. Sarebbe meglio parlare di decreazione. E di nichilismo. Ma ricordando che il nichilismo non è soltanto caos, bensì, insieme, disgregazione e promessa, decomposizione e annuncio di ricomposizione. Il nichilismo, dice Ernst Jünger, è quel momento della fine di un ciclo in cui “un nuovo ordine si è già ampiamente affermato senza che i valori corrispondenti a tale ordine siano ancora diventati visibili”.
Jünger, appunto. Il XX secolo si chiude nel momento in cui Ernst Jünger festeggia i suoi cento anni. Figura emblematica, figura esemplare di un uomo che ha vissuto la totalità di un secolo contrassegnato, da un capo all’altro, dal mirabile e tragico succedersi del Soldato, dell’Operaio, del Ribelle e dell’Anarca. Giunto alla sua età, Jünger ha il diritto di essere profeta. E per questo bisogna prestare attenzione alla sua voce. Ne Il Nodo di Gordio egli ha scritto: “la lotta tra gli imperi antichi e quelli moderni al di qua ed al di là del nodo di Gordio, tra la potenza ctonia e la libera luce, non potrà mai essere risolta. In definitiva, è una lotta che non potrà essere combattuta tra immagini ed idoli, tra paesi, popoli, razze e continenti ma in quello che è l’elemento incommensurabile dell’uomo: la sua interiorità”» .

Bassolino e la Nuova Camorra: riassunto dell'introduzione 2/3

«Il soggetto di Mani sulla Città fu concepito da me e da Francesco Rosi per iniziare una battaglia contro la speculazione edilizia che stava devastando la nostra città. Credo abbia fatto capire, una volta per tutte, che il problema centrale a Napoli e nel Sud è l’intreccio malefico tra gli interessi particolari e la pubblica amministrazione» . Con queste parole lo scrittore partenopeo Raffaele La Capria ricorda l’impegno politico e l’analisi sociale che nel 1963 portarono alla realizzazione del citato film-denuncia.
Sono trascorsi trentaquattro anni da allora. Nuove, avide mani calano sulla città. Con in mente un piano che mira al controllo delle più importanti attività produttive e creditizie. Perché Napoli? Come mai la Sinistra è così ben introdotta a Wall Street? Qual’è il ruolo dei mezzi di comunicazione di massa? E, soprattutto, quali scenari politici e sociali si prefigurano all’alba del terzo millennio? Sono solo alcune delle domande cui tenteremo di dare una risposta. Ma non prima di aver raccontato quel che accade nelle ovattate stanze di lussuosi alberghi dove, periodicamente ed in gran segreto, anomale associazioni internazionali di privati cittadini (Council for Foreign Relations - Trilateral - Bilderberg Group) si riuniscono per mettere a punto il loro progetto di dominio sul mondo.
Per il nostro lavoro abbiamo seguito due metodologie diverse. Diverse, ma necessariamente complementari. Da una parte Napoli, la cronaca delle vicende di questi quattro anni di governo Bassolino. A raccontarcela sono gli stessi giornalisti, i loro articoli vengono ampiamente e fedelmente riprodotti. Dall’altra la ricerca, a livello nazionale ed internazionale, di quegli anelli di collegamento con gli avvenimenti cittadi ni. Infine, abbiamo cercato il motivo conduttore, quel filo di Arianna che a nostro avviso lega tutti gli avvenimenti, anche quelli che potrebbero apparire solo fortuiti ed occasionali. Ed abbiamo avuto conferma di ciò che pensavamo: non c’è stato proprio nulla di fortuito ed occasionale in questi quattro anni a Napoli.

venerdì 30 novembre 2012

Napoli: la baia degli schiavi

Proviamola nuova. Svegliamoci al mattino è scegliamo di vedere le cose da un'altro punto di vista, tutti insieme. Siamo Napoletani, Campani, quindi soci in egual misura del più grande patrimonio artistico, archeologico, culturale e paesistico che esista al mondo. E quindi siamo ricchi, ricchissimi. Basta capirlo, crederci con forza, convinzione. Non occorre fede, ma lucidità e coerenza.
Con la grande globalizzazione non vi è nulla che varrà più della specificità, del carattere, della storia unica e irripetibile. Nulla più della bellezza, della cultura, della capacità di produrre cultura. Del buon cibo naturale e del clima temperato.
Giorni fa parlavo con una giovane coppia danese, lui professore universitario e lei proprietaria della più prestigiosa bottega di libri antichi di Copenaghen. Mi dicevano che visitano Napoli ameno quattro volte l'anno. Stupito (sic!) ho chiesto il perché, mi hanno risposto: è una città unica nell'occidente omologato.
Ora, noi dovremmo avere una lunga fila di cittadini del mondo che chiedono di poter vivere a Napoli, in Costiera, nelle isole del golfo. Ed invece siamo noi a scappare via, emigriamo fisicamente e celebralmente per non morire d'inezia. Ed invece maltrattiamo chi viene a visitarci. Un suicidio in piena regola.
Aspettiamo un messia, un sindaco, un magistrato, un cantante che ci salvi. Siamo schiavi. "Lo schiavo è quello che aspetta qualcuno a liberarlo", scriveva Ezra Pound. Bassolino e De Magistris gli ultimi a cui ci si è affidati, con maggiore o minore convinzione e aspettative, perché qualcosa cambiasse.
Invece dobbiamo cambiare noi. Amare la nostra terra, preservarla, valorizzarla. Sentirci parte di una comunità che dall'oggi al domani può essere felice se solo lo sceglie. Immaginarci la Napoli del futuro e affidarne l'attuazione ad un Amministratore delegato. Verificarne trimestralmente l'operato e mandarlo via a calci nel sedere se non funziona.
Ci raccontano che di turismo e cultura non si vive. Balle. In America in luogo di deserto (Las Vegas) e paludi (Florida) grazie all'ingegno umano sono nate le due più importanti attrazioni turistiche degli Stati Uniti. Di qui la più importante offerta di camere d'albergo che paradossalmente hanno i prezzi più convenienti. E sapete perché? Perchè il turismo è il più grande fenomeno economico mondiale, grazie alla motivazione turistica si sviluppano altri settori industriali quali l'edilizia, i trasporti, la produzione tessile e artigiana (merchandising), la filiera alimentare. Oggi, nel mondo, 3 posti di lavoro su 12 vengono offerti quotidianamente da imprese direttamente o indirettamente operanti nel settore turistico e dell'entertainment. In un Paese come il nostro che considera minore il Ministero del Turismo viene di conseguenza che Napoli abbia l'Assessorato alle Attività Produttive (ma quali sarebbero?) e quello dello Sport/Turismo/Spettacolo e Tempo Libero, in genere affidato ad un politico low profile.
L'argomento è troppo importante per un post solo, ci torneremo presto.

Bassolino e la Nuova Camorra 1/3

Partiamo proprio da qui, dal peccato originale. E parto chiedendo scusa a Bassolino: io non volevo offenderlo. Punto e chiudiamola qui.
Ma io, in effetti, non l'ho affatto offeso. Ben tre sentenze mi condannano citando passi che non mi appartengono. Io sono stato condannato a risarcirlo per parole scritte dal prefatore (che poi era l'editore stesso del libro)e non da me. Per il titolo del libro, che di nuovo non è il mio titolo (era bensì: "Indagine sulla svendita di una città") ma che l'editore, una volta acquisita l'opera, ha inteso unilateralmente modificare). Il mio avvocato ha evidenziato nei diversi gradi di giudizio ognuno di questi punti, ma niente da fare, non c'è peggior sordo di "chi non vuol sentire".
Nessun passaggio del libro, del mio libro, delle pagine da me scritte, è stato citato in giudizio ed è stato condannato dai giudici. D'altronde è storia. Io non ho mai accostato la parola "Camorra" al nome di Bassolino. Basta rileggerlo e capire che non c'era nessuna volontà di lesionare l'immagine personale di Bassolino, che peraltro è apparsa addirittura rafforzata visto che mesi dopo ha stravinto le elezioni per il secondo mandato così come non gli era riuscito al primo. E quindi mancherebbe anche il danno.
La verità è che a conclusione della mia esperienza di consigliere (1997), avendo liberamente scelto di non ricandidarmi, desideravo lasciare un testamento politico e culturale di quella esperienza. Raccontare che dalla politica della spesa pubblica si stava passando a quella della svendita privata, che durante il governo Bassolino la città di Napoli si stava impoverendo come mai prima. Perdeva il suo giornale principale, Il Mattino, la sua Banca (il Banco di Napoli), il suo latte (La Centrale del Latte di Napoli), i pomodori Cirio, l'aeroporto di Capodichino, etc etc. Nessuno lo scriveva in quegli anni "d'oro", tutti partecipi di una luna di miele che vedeva cantanti, giornalisti, scrittori, alte cariche e prelati che poi negli anni del divorzio hanno barbaramente infierito, loro si, sull'uomo Bassolino. Quando inchieste, articoli e vendette politiche hanno aggredito il Sindaco/Governatore, ai giornalisti che mi telefonavano per una dichiarazione, io che per primo avevo detto e scritto certe cose, ho preferito rispondere: passo! A questo giro passo. I giornalisti...
Io ho fatto politica con cuore e passione, per amore verso la mia città. Nel rispetto dei ruoli e delle persone. Se forse ho mancato di rispetto a qualcuno, nel mio libro, questi è il barone Maurizio Barracco (e visto che mi trovo, profitto per chiedere scusa anche a lui. A lui si, convinto e colpevole).
Resta il fatto che devo dei soldi a Bassolino perchè ho perso una causa balorda, perchè l'azione legale mossami è stata di natura civile e non penale, per cui non si è mai discusso del merito degli argomenti. Spero un giorno di avere la disponibilità di danaro sufficiente a pagare quanto dovuto.
Chiudo con una battuta sull'editore del libro: Controcorrente. Allora non esisteva come casa editrice ma solo come libreria. Bassolino & la Nuova Camorra è stata la sua prima opera editata, ne sono state stampate ben tre edizioni. Io non ho mai ricevuto un soldo. Né sono stato sollevato dal giudizio (sarebbe bastata una parola dell'editore/prefatore), un'onesta assunzione di responsabilità. Durante la stesura del manoscritto mi fu però regalato un vocabolario.